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LA MASCHERA DI ARLECCHINO

Nel cuore della notte, così vuole la leggenda, un’orda di cavalieri dannati attraversa i cieli al galoppo, assieme ai propri segugi, dando la caccia a qualcosa che è destinata a non raggiungere mai. Alla sua testa un re che, a seconda della cultura, può essere Odino, Re Artù, Carlo Magno… o un certo Hellequin.

Ora, la domanda è: com’è che da una masnada di anime dannate si passa a buffone per eccellenza?

La storia di Arlecchino
Tutto ha inizio con un nome, Hellequin, conte di Boulogne, ucciso dai Normanni, pare, nell’882. La leggenda sulla sua morte ha fatto sì che la caccia selvaggia venisse rinominata, in Francia, “masnada di Hellequin” in molte fonti francesi dall’XI secolo.

L’Hellequin diventa così uno dei diavoli dei misteri medievali francesi. Ma, come provano alcuni scrittori, già nel XIII sec., Hellequin e il suo caotico gruppo non sono più terrificanti anime dannate, bensì dei diavoli comici.

Ed è dalla Provenza che questo personaggio approda, infine, anche in Italia. Più precisamente in un girone infernale. L’Inferno è quello di Dante e il demone è italianizzato come Alichino. Nell’universo di orrore e torture di Dante, Alichino e i suoi colleghi sono un elemento comico, perché risultano creduloni. Anche Dante, quindi, mostra come Arlecchino cambi nel corso nel tempo. Almeno nel carattere, dato che altrettanto non si può dire della sua maschera.

Arlecchino

Il costume e la maschera di Arlecchino

Due versioni Kartaruga della maschera di Arlecchino
È innegabile, in effetti, che la mezza maschera di Arlecchino, tra quelle della Commedia Dell’Arte, sia quella più diabolica: il suo ghigno sinistro, le sopracciglia rialzate e il colore nero le danno un tocco demoniaco che richiama le sue origini.

Il costume, invece, rivela i cambiamenti di questa maschera: inizialmente, era costituito da un’accozzaglia di stracci diversi, gli unici che questo servo, povero in canna, poteva permettersi. Solo in un secondo tempo i suoi abiti diventano più aderenti e costituiti da losanghe rosse, verdi, blu e gialle.

Comparso come servo codardo e perennemente affamato nella seconda metà del XVI sec., già nel Settecento Arlecchino è diventato, come il suo costume, qualcosa di diverso: lo scaltro e avido servitore di un nobile. Conservando sì le sue acrobazie e burle, ma riavvicinandosi anche alle sue origini.

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